Lo dice lo spread: la manovra spagnola meglio della nostra
Gli investitori premiano la finanziaria senza tasse di Rajoy: il loro differenziale scende a 311.
E' quella la ricetta giusta
Sono già scattati i festeggiamenti in Spagna.
Due notizie hanno contribuito al mini rally delle Borse europee:
1) Madrid ha collocato titoli di Stato a rendimenti quasi tedeschi, dimezzati rispetto all’ultima asta, sull’onda della manovra annunciata l’altro ieri.
2) Mariano Rajoy ha ottenuto la fiducia (scontata) e già venerdì potrà improntare la sua finanziaria taglia-spesa, che non aumenterà di un euro le tasse.
Come dire: i mercati bocciano la scarica di balzelli del governo Monti e si buttano a capofitto nella Spagna, che tra l’altro riuscirà a chiudere il 2011 con un deficit/Pil del 4,8%, ben lontano dal 6% imposto come tetto massimo da Bruxelles.
Chi opera sulle piazze finanziare non abbocca al terrorismo mediatico («abbiamo evitato la Grecia») messo in atto dai nostri rappresentanti istituzionali: guarda la realtà, la sostanza, i numeri. I quali dicono che con questo salasso sarà recessione secca, senza tuttavia dare una sistemata ai conti pubblici, perché se gli spread restano alti e le aste di Bot e Btp continuano a costare caro al Tesoro, c’è poco da parlare di ius solis per gli immigrati o di riaprire i concorsi pubblici per gli insegnanti. Qua l’emergenza continua e non si fermerà finché il governo di Roma non inizierà a tagliare la spesa e a far ripartire la crescita: abbassando le tasse, non introducendo lo stipendio minimo.
Per questo da un po’ di giorni c’è chi tiene d’occhio lo spreadino, cioè il figlio dello spread col Btp: quello italiano ha chiuso a 466 punti, mentre quello spagnolo a 311. Ecco, lo spreadino, cioè il differenziale fra Roma e Madrid è ormai abbastanza fisso sui 150 basis point. Un solco, riempito con miliardi di euro, si sta sempre più allargando. Tant’è che ieri, appunto, il governo spagnolo ha collocato oggi 5,63 miliardi di euro in buoni del Tesoro a tre e sei mesi con rendimenti molto inferiori – più che dimezzati – rispetto alle precedenti aste dello stesso tipo. Nell’asta di obbligazioni a tre mesi sono stati collocati 3,71 miliardi con un interesse medio dell’1,735 per cento, rispetto al 5,11% pagato nell’asta precedente. Per i titoli a sei mesi il collocamento è stato di 1,92 miliardi a un interesse medio del 2,435%, molto più basso del 5,227% pagato a novembre. Teniamo poi presente che l’offerta ha visto una domanda molto alta, vicina a 18,5 miliardi di euro. Anche da noi c’è la fila per prendere Btp, ma va detto che l’Italia offre rendimenti intorno o superiori al 6%, molto lontano dall’1,73 pagato ieri da Madrid.
C’è poco da fare: i mercati credono di più a Bonanni («questa manovra poteva farla mio zio») che ai professori che ormai dimostrano sempre meno di conoscere le leve giuste da tirare per farci uscire dalla serie B europea. Non basta inchinarsi davanti alla Merkel per far ripartire la fiducia. Serve la crescita, non le tasse.
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