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PER SILVIA. ECCO COSA VOLEVO DIRE NEL MIO PEZZO [/COLOR] [/SIZE]
[COLOR=darkblue]di Giovanni Muti [/COLOR]
Un mio amico mi ha fatto notare che questo pezzo sulla cavallerizza ha scatenato un putiferio, mentre un articolo dove io affermavo che l’ambientalismo ha radici naziste è stato ritenuto non degno di nota: il capo delle SS che faceva il miele in un campo di sterminio dove si bruciavano dei bambini, ha stimolato meno interventi dei pantaloni della signora Cheti. Inoltre, ho scritto un libro di 300 pagine coinvolgendo, nella ricostruzione di una drammatica vicenda penale, ministri, sottosegretari, prefetti, viceprefetti, giudici, pubblici ministeri, comandanti dei carabinieri, il pubblico ministero più tremendo d’Italia, sindaci assessori, e giornalisti e, devo dire che, a parte qualche mugugno e minaccia, calma piatta. E soprattutto nessuna offesa. Ho scritto un rigo e mezzo per descrivere l’abbigliamento di una signora – dico descrivere, quindi senza fare commenti o apprezzamenti, perché questo si sarebbe stato volgare – e mi trovo contro l’altra metà del cielo. Secondo me, ci sarebbero spunti per una riflessione molto seria su questa anomalia. E dovrebbero farla soprattutto le signore che sono intervenute. Ma intanto come rispondo?
Allora a chi mi taccia di maschilismo, non ho nulla da obbiettare. Si obietta agli argomenti e non agli insulti. Dico solo due cose: io critico i comportamenti, ma non faccio apprezzamenti ne’do giudizi sulle persone; e non seguo l’andazzo corrente del “politicamente corretto “, per cui se critichi una donna sei un maschilista, se critichi un nero sei razzista, se critichi un ebreo sei un antisemita.
Devo invece una risposta a Sivia, non perché bisogna essere indulgenti con una figlia che difende la madre, ma perché la sua critica è precisa argomentata e acuta. Ha capito che il mio discorso tendeva ad presentare due mondi a confronto: quello legittimo, che ha un suo passato, rappresentato da Flavio, e quello nuovo, improvvisato , “fuori luogo”, come lo definisce bene lei, rappresentato dalla madre. E questo lei non lo accetta. E come dargli torto. Allora visto che è abile ad analizzare i testi dico come ho costruito il pezzo.
I sostanza ho tentato di presentare quella “scena”, cioè lo scontro Cheti – Flavio in modo che assumesse un valore simbolico di uno scontro di classe, come si diceva una volta: la signora borghese contro il rivoluzionario. L’abbigliamento della signora era perfetto per collegarla ha una certa borghesia rurale inglese che alleva cavalli ( e qui non c’è nulla di offensivo, anzi ); così come il giaccone, capelli arruffati di Flavio, rimandavano ad certi rivoluzionari sessantottini, tutti giacconi verdi, sogni e sciarpe rosse.
Però questo non poteva bastare, dovevo mettere in evidenza anche il contrasto negli atteggiamenti dei due personaggi, chiamiamoli così: sicuro esibito quello di lei ( da qui i pantaloni stivali da cavallerizza, che allude alle Amazzoni, Valchirie ecc ); e arruffato ma coinvolto e generoso quello di lui. In altra parole, l’attenzione è rivolta, più che a lei come persona, al suo abbigliamento che potevo utilizzare in modo simbolico.
Non volevo offendere la signora Cheti che non conosco nemmeno. Per lei, nel pezzo che ho scritto, c’è solo uno sguardo distaccato ed ironico che contrasta, questo è vero, con quello riservato al Flavio che era partecipato e dolente. Questo Perché vedevo in lui, nel suo arrancare per poter parlare, e nel suo chiedere aiuto al pubblico per poter terminare senza riuscirci, il fallimento di una generazione di illusi. E che ancora si battono. Ma che appaiono sempre più stanchi e sempre più soli. Sono un po’ come dei naufraghi che continuano a nuotare con ostinazione, nonostante che la corrente li respinga indietro senza pietà. Perché anche se la riva sta ormai scomparendo, non svanisce in loro il sogno di raggiungerla. Queste persone sono degne del massimo rispetto. Ecco, tutto qui.
Comunque, silvia, se ho esagerato mi dispiace. La prossima volta, ti prometto che quando affronterò questi temi starò più attento .