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INFOPARK E LE SCOPERTE PREISTORICHE DI “OGGI”; L'ARCHEOLOGA ALDERIGHI E LE “TRACCE EVIDENTI DI PICCONE” [/SIZE] [/COLOR]

Si dice che durante le vacanze si legga con maggiore attenzione e si sia più disposti a rendersi utili. Non so se valga per tutti, ma a me è successo tre volte in un breve lasso di tempo.
1 - “... oggi possiamo dire che a Pianosa le prime tracce di insediamenti umani risalgono al Paleolitico superiore”. Così, il 9 agosto u.s., si è espresso Infopark, ufficio del nostro Parco Nazionale, a proposito della conferenza di Lorella Alderighi, archeologa della soppressa soprintendenza fiorentina, sulle scoperte effettuate sull'isola grazie alla collaborazione fra i due Enti. Oggi possiamo dire...? Al riguardo ho qualche dubbio perché la frequentazione di Pianosa durante la fase finale del paleolitico superiore è nota non da oggi ma dalla seconda metà dell'Ottocento. Perciò, con spirito di servizio, faccio presente, evitando autocitazioni, che a tale proposito esiste una vasta bibliografia. Questi sono i contributi più rilevanti: G. Chierici, Monumenti antichi della Pianosa,1875, passim; A. Gori, in Archivio Antropologia Etnologia, 1924, p. 90; A. M. Radmilli, La preistoria d'Italia alla luce delle ultime scoperte, 1963, p. 332; Idem, Dal paleolitico all'età del Bronzo, in Popoli e civiltà dell'Italia antica, I, 1974, p. 25 s., p. 211 s.; R. Grifoni Cremonesi, in Guida della preistoria italiana, 1975, pp. 81-82; M. Dini, in Preistoria e protostoria dell'area tirrenica, 2007, pp. 185-193.
2 – In una nota del 26-01-2016, prot. n. 1256, l' Alderighi ribadisce la sua opinione secondo la quale l'ipogeo di Marciana aveva la funzione di neviera anche perché mostrerebbe confronti con la neviera di Masi Torello (FE). Devo confessare che neviere e ghiacciaie non sono il mio forte, però ho avuto la fortuna di conoscere la prof.ssa Barbara Aterini dell'Università di Firenze, considerata un'autorità in fatto di neviere. La docente mi ha spiegato che l'ipogeo non può essere una neviera perché gli mancano tutti gli elementi compositivi delle strutture per la conservazione del ghiaccio, primi fra tutti il canale di scolo per le acque nonché la forma, che nelle neviere in nessun caso è a croce. Quanto alla neviera di Masi Torello e all'ipogeo di Marciana, basta raffrontare i rispettivi schemi planimetrici per capire che l'una non ha niente a che fare con l'altro.
Rinnovo il mio spirito di servizio evidenziando quanto mi è stato insegnato e sottolineo, per chi volesse approfondire l'argomento, le voci bibliografiche più valide sotto il profilo scientifico: B. Aterini, Le ghiacciaie: architetture dimenticate, Firenze 2007; L. Lopriore, Le neviere in Capitanata. Affitti, appalti e legislazione, Foggia 2003.
3- In una nota precedente (01-07-2015, prot. 10359), a proposito delle fini incisioni che sono presenti sulle pareti dell'ipogeo marcianese, l'Alderighi si sbilancia (assai) affermando che si tratta di “tracce evidenti di piccone”. Anche a voler essere iperconcilianti con le congetture altrui, non si può non rilevare che la punta del piccone lascia sulla roccia segni del tutto diversi, macroscopici e non continui, come sanno bene tutti coloro che il piccone qualche volta lo hanno utilizzato. Non sono un 'picconatore' esperto, ma, grazie alle mie origini parzialmente contadine, in gioventù ho avuto modo di accumulare una certa esperienza nell'uso di zappe, zapponi e picconi in zone granitiche. Perciò posso asserire che le incisioni regolari e sublineari dell'ipogeo di Marciana, larghe appena 2-4 millimetri, in nessun modo possono essere valutate come “tracce evidenti di piccone”. Mi dispiace di non poter essere d'aiuto all'Alderighi e di non avere per lei riferimenti bibliografici, ma posso sempre rimediare proponendole di impugnare un piccone e di applicare il cosiddetto metodo sperimentale. Medodo che, a quanto mi risulta, anche in archeologia è molto utile e apprezzato.
Michelangelo Zecchini