DICO Informa
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DICO Informa
pubblicato il 6 Novembre 2009
alle
7:39
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pubblicato il 6 Novembre 2009
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7:39
Attendi…
Marcello Camici
mi fa molto piacere leggere la tua interpretazione sul pensiero economico e sulla teoria sulla creazione del valore d'impresa, argomento che ben conosco.
Ti prego di ascoltarmi e come diceva un vecchio saggio , credimi potresti imparare qualcosa.
L'impresa (o azienda) è un complesso di beni organizzato dall'imprenditore per raggiungere un fine economico attraverso lo svolgimento di un'attività (articolo 2555 c.c).
Quindi da un lato abbiamo l'azienda con il suo scopo, la creazione di valore, e dall'altra abbiamo gli strumenti con i quali si cerca di perseguire questo obiettivo.
Mettere in concorrenza la produzione di valore (profitto) e l'aspetto sociale significa asserire che uno esclude l'altro, cosa che non corrisponde alla realtà delle cose.
Mi spiego: l'azienda è fatta per interagire con l'ambiente esterno con il quale intrattiene numerosi e complessi rapporti con i diversi stakeholders (sarebbero i soggetti con cui l'azienda intrattiene questi rapporti).
Questi soggetti, diversi per tipologia e per natura, possono essere soggetti pubblici, privati, società di persone o di capitale, organizzazioni governative e non, con scopo di lucro o senza, e in queste ultime si annoverano le società sportive. E’ ovvio che la Youritaly tragga profitto dalle sponsorizzazioni ma, a mio avviso, ciò che trascuri è che la creazione di valore economico e sociale possano correre sulla stessa strada beneficiando l'uno dell'altra e creando più valore insieme piuttosto che singolarmente.
Cito le tue parole (o quelle di Zamagni):
[COLOR=darkblue]“In secondo luogo, perché mai un imprenditore dovrebbe preferire di impiegare i propri
talenti per dare vita ad un’impresa sociale anziché ad una impresa capitalistica e di destinare poi i profitti ottenuti ad obiettivi di utilità sociale?”[/COLOR]
Le cose non stanno così: non si tratta di scegliere tra impresa capitalistica ed impresa sociale. Si sta parlando di un’impresa di chiaro e netto stampo capitalistico che investe parte delle sue risorse su politiche sociali. Il risultato di questo è un sicuro ritorno in termini di creazione di valore d’azienda, e un altrettanto sicuro beneficio per tutte le realtà locali.
Youritaly si dimostra sensibile alle politiche sociali, trae da questo un sicuro ritorno in termini di visibilità e pertanto di profitto. Tutto questo giova al Sig. La Barbera, giova alle piccole società sportive e dunque giova al territorio Elbano. Mi chiedo: Ma dove sta il problema?? Tutto questo che fastidio ti crea tanto da spingerti addirittura ad una interessante seppur discutibile lezione di gestione d’impresa????
Ps: Leggere un libro non significa avere la verità!!!!!
Saluti
[url=http://img252.imageshack.us/i/crocefiss.jpg/]
[/url]
(disegno di F.Stivali)
Ce lo diranno le indagini in corso, intanto è possibile fare qualche riflessione da elbani della capitale. I nostri amministratori hanno considerato i colleghi Fiorentini come vestali dell’urbanistica virtuosa. Il Regolamento Urbanistico, Portoferraio, dopo un percorso tormentato fu colà presentato ricevendo applausiQuesto feeling non si spiega solo con il fatto che Portoferraio è la città più fiorentina dopo Firenze, ma anche con l’assidua presenza all’Elba dell’assessore Riccardo Conti, il quale si era messo intesta di salvare l’Elba dal cemento. Una fissa, la sua. Certo non è il solo. Ma lui aveva anche inventato uno slogan: “ fare da se ma non da soli” che si reggeva su una sua convinzione, spacciata come verità, secondo la quale gli elbani sarebbero portati, per natura, a spargere cemento e la Regione, per vocazione, ad impedirlo Ci piacerebbe sapere cosa ne pensa Riccardo Conti di questa storia. Se ritiene ancora valida la sua formula, e se rifarebbe ancora quelle levatacce e attraversare il mare per venire all’Elba a controllarci E noi abbiamo il diritto di chiederci in che mani è caduta la città simbolo del Rinascimento….
Leggi il l’articolo completo su [URL]www.Elbanotizie.it[/URL]
AL “TEATRO DEI VIGILANTI” TORNA IL TEATRO IN VERNACOLO DELLA “NUOVA COMPAGNIA RIESE” .
L’incasso della serata, tolte le spese per l’uso del teatro, sarà devoluto alle quattro Associazioni di volontariato che operano su Rio Marina e Cavo.
È dal 1984 che la “Nuova Compagnia Riese” propone testi di teatro in vernacolo a un pubblico sempre numeroso e l’importante traguardo di questi primi venticinque anni di attività lo stiamo festeggiando rappresentando, per la quarta volta, “IL PAZIENTE RIESE TRE… A VOLTE RITORNANO”, scritto da Luciano Barbetti. È l’epilogo dei due episodi rappresentati nel 2006 e nel 2007.
La “Nuova Compagnia Riese” desidera dedicarlo a tutti voi che continuate a sostenerci, ma riteniamo giusto accomunare anche quanti hanno dato il loro apporto in tutti questi anni.
“Anche in questa occasione, i pazienti riesi saranno costretti a farsi assistere da un medico condotto supplente e per di più “foresto”. I riesi saranno anche buoni ma, guai a pizzicarli… diventano le classiche vipere e possono essere vendicativi.”
Gli interpreti sono, in ordine di entrata: Luigi Valle, Dario Ballini, Anna Maria Cignoni, Tania Giannini, Rosaria Bellotto, Paolo Mancusi, Fabiola Caffieri, Lelio Giannoni, Enrico Gambetta, Eliana Forma, Enrico Carletti, Diana Scalabrini.
Accompagna alla chitarra Paolo Guglielminetti. Come da sempre, la regia è curata da Katia Cascione.
L’appuntamento è per mercoledì 11 novembre, con inizio dello spettacolo alle 21.30.
La prevendita di € 10,00 e di € 7,00, secondo l’ordine dei posti, viene svolta gratuitamente:
a Rio Marina, da DOLCE & PANE – Via Palestro, 2 tel.0565-925020, a Portoferraio, dal DISCO SHOP – Via Veneto,8 tel. 0565-917904.
La vendita proseguirà presso il Teatro la sera dello spettacolo.
Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso nelle scuole. E non per le penose ragioni accampate da politici e tromboni di destra, centro, sinistra e persino dal Vaticano. Anzi, se fosse per quelle, lo leverei anch’io.
[SIZE=1]Fa ridere Feltri quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di Strasburgo di “combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e all’immigrazione selvaggia”: non sa che la Corte può occuparsi soltanto dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione sui diritti dell’uomo. Fa tristezza Bersani che parla di “simbolo inoffensivo”, come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa, guardate altrove. Fa ribrezzo Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di “radici cattoliche”. Fanno schifo i leghisti che a giorni alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici con inni a Odino. Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini che difende “il simbolo della nostra tradizione” contro i “genitori ideologizzati” e la “Corte europea ideologizzata” tirando in ballo “la Costituzione che riconosce valore particolare alla religione cattolica”. La racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo dal regolamento ministeriale sugli “arredi scolastici”.
Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti, cancellini e ramazze. Se dobbiamo difendere il crocifisso come “arredo”, tanto vale staccarlo subito. Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una “tradizione” (come Santa Klaus o la zucca di Halloween) o della presunta “civiltà ebraico-cristiana” (furbesco gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi non dicono una parola sulle leggi razziali contro i bambini rom e sui profughi respinti in alto mare).
Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”).
Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all’asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più pagana della storia, il nazismo – l’ha ricordato Antonio Socci – a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo.
Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli.
A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”. Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno – ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia – si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all’uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot per l’8 per mille, a batter cassa per le scuole private e le esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween, e le manca il tempo per quell’uomo in croce. Anzi, le mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali. [/SIZE]
da Il Fatto Quotidiano n°38 del 5 novembre 2009