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L'ABITATO ETRUSCO DI MONTE CASTELLO A PROCCHIO: IL DEGRADO, IL BUNKER E I SOUVENIR [/SIZE] [/COLOR]

Le immagini e le descrizioni pubblicate da Fabrizio Prianti sulla villa di Capo Castello al Cavo e sul suo pietoso stato di conservazione, destano preoccupazione e forti perplessità. Il bell'articolo di Prianti, al contempo di denuncia e di speranza, è l'ennesimo appello affinché chi di dovere, dopo decenni di incuria, faccia in modo che l'opus reticulatum e le altre imponenti testimonianze, che pure ancora ci sono, e che dimostrano quale valore la villa abbia avuto e abbia, non vadano perdute per sempre. Due anni fa il problema della conservazione dei beni culturali elbani fu affrontato nel convegno “Anatomia di un patrimonio da proteggere, conservare e valorizzare” curato dall'Associazione “Ilva Isola d'Elba” e dal Comune di Marciana Marina. La conclusione fu inclemente: i nostri beni culturali, soprattutto quelli archeologici, si trovano in una condizione da terzo mondo. Eppure, come ha sottolineato Prianti, dovrebbero costituire un sostegno basilare per l'economia e dare un forte impulso al prolungamento della stagione turistica. Lo ha ribadito anche il ministro Franceschini in occasione della sua permanenza all'Elba per ricevere il premio letterario “La Tore”. Ma per rendersi conto che si tratta solo di pie illusioni, basta spostarsi dalla negletta villa romana di Capo Castello al derelitto abitato di Monte Castello di Procchio , a tutt'oggi il sito etrusco più importante dell'Elba.
Mettiamo l'orologio indietro di 40 anni. Era l'estate del 1977. Un conoscente mi comunicò che circolava, insistente, una voce: su Monte Castello, sopra Procchio, sarebbe stato in corso uno scavo clandestino. L'indomani salii sulla collina per sincerarmene. L'informazione era esatta: una buca, ampia e maldestra, aveva messo in luce notevoli pezzi di un pesante pavimento cosiddetto in cocciopesto e, sotto, un grande dolio per granaglie, una serie di piatti in ceramica con incise lettere dell'alfabeto, coppe e piattelli a vernice a vernice nera con i bolli di una fabbrica laziale chiamata dei piccoli stampi. Non ci volle molto a capire che si trattava di materiale etrusco del 300 circa a. C., eccezion fatta per il pavimento, probabilmente di epoca successiva. Fra il fogliame di un lentisco si intravvedevano anche sacchetti pieni di frammenti di ceramica, evidentemente nascosti per essere portati via alla prima occasione. Feci alcune foto, non toccai niente come prevedeva la legge, e il passo successivo fu presso la stazione dei carabinieri di Marciana Marina. Vista l'urgenza il comandante della stazione, maresciallo Viti, mi chiese di accompagnarlo sul posto. Purtroppo dentro il lentisco i sacchetti di ceramiche non c'erano più, ma tutti gli altri reperti erano sempre lì. Considerato l'elevato rischio che potessero essere rubati durante la notte, il comandante mi invitò ad asportarli ordinatamente dopo aver fatto rilievi e foto. Subito dopo partì la segnalazione per la soprintendenza. Quest'ultima programmò una campagna di scavo, che fu molto fruttuosa non solo per la qualità e la quantità dei manufatti recuperati, ma anche per la messe di dati scientifici di prim'ordine per la ricostruzione di un periodo cruciale della storia elbana e mediterranea. Purtroppo la maggior parte del materiale è ancora in attesa di pubblicazione.
Sono ritornato su Monte Castello una dozzina di anni dopo. Alla meraviglia di vedere il sito in abbandono, si è aggiunta la sorpresa di scorgere molti frammenti di epoca etrusca (vasi, tegole piane e curve) ammassati e all'interno di un bunker della seconda guerra mondiale. Fra di essi erano presenti anche pezzi piuttosto cospicui del pavimento in cocciopesto. Chi li ha buttati lì dentro? Essendo impensabile che si tratti di 'scarti' gettati durante le operazioni di scavo, ritengo che sia stato un atto irresponsabile perpetrato da altri 'tombaroli'.
Fino a poco tempo fa parecchi di quei frammenti (ovviamente nel frattempo i pezzi più vistosi si erano involati) continuavano ad abbellire il bunker e, del tutto a portata di mano e apparentemente abbandonati, sembravano offrirsi quasi come souvenir per chi avesse osato avventurarsi in mezzo a ruderi invasi da piante e arbusti e in stato di degrado.
Un simile stato di cose, che si perpetua da troppo tempo, è inquietante e indecente: sarebbe quanto mai opportuno che il funzionario/a della soprintendenza di Pisa si desse una mossa per recuperare almeno i residui frammenti pavimentali destinandoli a un deposito di Stato. E sarebbe altrettanto auspicabile che il Comune di Marciana, nel cui territorio si trova l'abitato etrusco, si attivasse con le sue associazioni e con i suoi architetti per restituire un minimo di decoro allo straordinario tessuto murario.
Michelangelo Zecchini