Le allego questo commento del Corriere della Sera; povero Presidente della Repubblica…
Dante
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sull'Orlo del Precipizio
Malgrado l'esortazione di Giorgio Napolitano da New York, la politica italiana ha conosciuto ieri una delle giornate più convulse e sguaiate della storia repubblicana. Ma se si voleva dare plastica rappresentazione del male che secondo il capo dello Stato affligge il nostro sistema politico, a cominciare da un'atmosfera di guerriglia nutrita dalla sistematica e reciproca delegittimazione delle parti, ieri il copione è stato purtroppo recitato alla perfezione. Non un insulto è stato risparmiato nella caotica follia che ha investito e avvilito ieri il Parlamento e la piazza antistante. Non un urlo rauco, non un'invettiva, un gesto di disprezzo, un'espressione smodata, una manifestazione di odio: tutto concentrato in una manciata d'ore. E nessuno ne esce con un profilo di decoro e di innocenza. Nessuno.
Non la maggioranza di governo, che non ha esitato a svilire la riforma della giustizia, riducendola con un escamotage parlamentare a scudo per le vicende giudiziarie del premier. Non l'opposizione, tentata addirittura da velleità aventiniane, e che sembra succube di una frenesia da megafono: quella che trasferisce la discussione parlamentare, anche vivace e dura, nell'incandescenza del comizio. Non i ministri che scambiano con il presidente della Camera battute irripetibili. Non il clima da stadio che ha stravolto l'aula di Montecitorio. Non le scene di linciaggio simulato che riesumano le pagine peggiori della guerriglia delegittimante di cui ha parlato il presidente della Repubblica e che riportano ai riti di piazza in auge nella stagione di Mani Pulite: lo spettacolo sconsolante delle monetine, l'assedio al Parlamento, i politici «nemici» bollati indistintamente come «mafiosi».
Difficile distribuire colpe e responsabilità. Quando domina la rissa, non si riesce più a distinguere i colpi dati e quelli incassati. Ma colpisce la disponibilità alla rissa continua. La pretestuosità con cui si coglie ogni occasione per inscenare la solita liturgia della guerra civile «a bassa intensità», come è stata definita. Ancor più pretestuosa e colpevole quando a pochi chilometri dall'Italia la scena della guerra non è una liturgia, ma una terribile realtà. Non è che la guerra debba silenziare ogni conflitto, o che un'atmosfera di mistica unità nazionale debba anestetizzare il dissenso, o addomesticare la discussione parlamentare. Ma nemmeno può valere il contrario: la politica della provocazione quotidiana e permanente, il braccio di ferro continuo, una spirale di ritorsioni che si avvita senza fine. Lo spettacolo di ieri ha dato a questo scenario intossicato una teatralità di gesti che contribuisce ad alimentare un'atmosfera di ultimatum permanente. Quanto la rissa continua stia nelle corde popolari o non emani piuttosto dal clima chiuso e avvelenato dei palazzi della politica è difficile dire. Ma non è difficile capire che l'orlo del precipizio è vicino. Tra insulti e monetine, rischiamo addirittura di non accorgercene.
Pierluigi Battista
31 marzo 2011

