[IMGSX]https://www.camminando.org/FOTO_29/navi.JPG[/IMGSX] La guerra nel Mediterraneo tra Grimaldi Group e Moby-Cin entra formalmente nel vivo. Perché mentre il gruppo di trasporto marittimo di Vincenzo Onorato attende ancora di definire il suo fututo industriale tra concordato e ristrutturazione del debito, il rivale campano parte all'attacco. La società della famiglia Grimaldi si è rivolta direttamente al ministero dello Sviluppo economico per chiedere nello specifico due cose: lo stop alla convenzione in essere per le rotte da e per la Sardegna (vale 72 milioni all'anno) e non solo, concesse annualmente dal governo a Tirrenia-Cin, e l'avvio di un'asta per l'acquisto delle imbarcazioni di quest'ultima compagnia.
Per quanto attiene la prima richiesta, Grimaldi fa riferimento alla risoluzione del contratto "per inadempienza, ormai acclarata da tempo" e "come fatto a suo tempo per la società Siremar, come peraltro già comunicato alle competenti Autorità" anche perché ci sono i commissari di Tirrenia in amministrazione straordinaria che attendono ancora il pagamento dei 180 milioni dovuti alla procedura e mai rimborsati.
Mentre per ciò che riguarda il bando, l'armatore campano vuole ottenere dal dicastero guidato da Giancarlo Giorgetti, di "mettere le navi della Tirrenia-Cin all’asta e così garantire, attraverso l’introduzione della clausola sociale, come previsto dalle norme nazionali ed europee, l’occupazione del personale relativo a tali navi".
Tutto nasce, come si evince dalla nota diramata in giornata da Grimaldi, dal fatto che Tirrenia-Cin ha richiesto "nuovamente l’intervento del Mise onde poter continuare a garantire la propria operatività". Una opzione che ritenuta "assolutamente inaccettabile, in quando la stessa società ha beneficiato nel corso degli anni di enormi vantaggi competitivi, ricevendo centinaia di milioni di euro di sussidi da parte dello Stato, non ha pagato allo Stato Italiano quanto dovuto per l’acquisto degli asset della vecchia Tirrenia di Stato, pari a circa 180 milioni, non paga da anni molti dei suoi creditori (banche, obbligazionisti, ecc.) e fornitori e, infine, non paga allo Stato le tasse portuali relative all’approdo delle proprie navi negli scali italiani".
