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E FINÌ CHE IL POVERO OVIDIO DALLA VILLA DELLE GROTTE FU SPEDITO IN ESILIO… [/SIZE] [/COLOR]
Da che mondo è mondo un'ipotesi, per dirla con il dizionario Garzanti, è nient'altro che “supposizione, ragionamento congetturale avanzato in mancanza di dati certi, per spiegare ciò di cui si ha una limitata conoscenza”; e tale dovrebbe rimanere fino a che documenti oggettivi e multipli non la facciano diventare dato di fatto, verità.
Non c'è dubbio che la presenza di Ovidio nella villa delle Grotte si collochi nell'ambito delle pure ipotesi. Sennonché fra pochi giorni, in occasione delle “Notti dell'Archeologia”, fra i monumentali e suggestivi ruderi verrà celebrato a pagamento (citazione testuale), “il bimillenario della morte di Publio Ovidio Nasone, il celebre poeta latino che proprio alle Grotte soggiornò prima di partire dall’esilio (ndr: si intenda “per” l'esilio) dal quale non fece più ritorno”. La progettazione – se ho ben capito – è dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Portoferraio, con la collaborazione della Cosimo de’Medici S.r.l, la Fondazione Villa romana delle Grotte, Italia Nostra Arcipelago Toscano e l’Associazione Archeologia Diffusa.
Dunque un nutrito gruppo istituzionale-associazionistico, al cui interno non mancano archeologi professionisti, ripropone un'ipotesi poco plausibile vestendola seduta stante, pur senza nuovi elementi a favore, con l'abito della verità storica: Ovidio soggiornò alle Grotte, punto e basta! Per di più gli organizzatori, con una sola frase, sopra rimarcata in neretto, sono riusciti a prendere i classici due piccioni con una fava: non solo, infatti, si fa diventare realtà storica una semplice congettura, ma si persevera pure su un errore acclarato (l'esilio, laddove si tratta della relegatio) sul quale il compianto Ovidio, che tanto aveva insistito sulla sostanziale e forte diversità fra le due punizioni, non farebbe certamente salti di gioia. Com'è arcinoto, il poeta sulmonese ha precisato più volte, in modo accorato, che non è stato affatto mandato in esilio:
1) “Aggiungi che l’editto, sebbene crudele e minaccioso, tuttavia fu lieve nella definizione di pena: in quello di certo sono definito relegato, non esule” (Tristia, 2, 135-137).
2) Invero la tua ira fu moderata e mi hai lasciato la vita; non sono privo del diritto di cittadinanza né del nome, né il mio patrimonio fu concesso ad altri, né sono chiamato esule nel contesto del tuo editto” (Tristia, 5, 2, 55-58).
3) Mi fu mite la volontà di Cesare. Egli stesso usa verso di me la parola relegato, non esule (Tristia, 5, 11, 20-21).
Più chiaro di così… Ma allora? Forse che le parole di Ovidio non sono credibili? Perché ostinarsi a sottolineare un tipo di condanna che Ovidio non ha mai subìto?
È da notare che la Fondazione Villa Romana delle Grotte può contare su una direzione scientifica oltre che su un attento Consiglio di Amministrazione.
Michelangelo Zecchini