Certo, Profumo non ha torto quando spiega che da «13 anni non ci sono più concorsi pubblici» e che «questo è un tema su cui lavorare». Ma cosa diversa è dare la sensazione che il prossimo anno centinaia di migliaia di giovani potrebbero diventare dipendenti dello Stato. Lo stesso ministero dell’Istruzione si è affrettato a precisare che di posti liberi, soprattutto dopo l’aumento dell’età pensionabile previsto in manovra, se ne prospettano non più di 20-25mila l’anno. Di questi 12mila e 500 verranno coperti attingendo dalla graduatorie permanenti ad esaurimento mentre altri 12mila e 500 posti disponibili verranno assorbiti attraverso il concorso. Anche in questi termini, però, l’annuncio del ministro sembra un po’ avventato. L’intenzione di Profumo è quella da un lato di smaltire il «precariato storico» e dall’altro dare una risposta ai giovani che non sono riusciti ad entrare nelle graduatorie, «ma si sono formati per fare gli insegnanti». Il problema è che in Italia, malgrado una diminuzione del 5% quest’anno con le assunzioni della Gelmini, lo stock di precari che si è accumulato nei decenni con scelte dissennate del legislatore ammonta ancora a circa 240mila unità (il 12,9% degli insegnanti). E che, come dicono anche i sindacati, riaprire i concorsi senza effettuare un monitoraggio dettagliato dei posti disponibili rischia solo di aumentare ancora di più la schiera degli abilitati senza cattedra.
Resta, poi, tutta da verificare l’esigenza di nuovo personale. È vero che su alcune specializzazioni le graduatorie di precari sono praticamente esaurite ed è vero anche che l’Italia è uno dei Paesi che spende meno complessivamente per la scuola, ma il quadro disegnato dal confronto internazionale ci dimostra che i problemi sono altri. Sfogliando l’ultimo rapporto Ocse del settembre scorso (su dati 2008-2009) si scopre, infatti, che in Italia c’è un insegnante ogni 10,7 alunni nella primaria contro una media internazionale di 16, uno ogni 11 nelle secondarie (media Ocse 13,5) e una media generale di 21,5 contro 23. Anche sulla spesa, quella complessiva in rapporto al pil è del 4,8% rispetto alla media Ocse del 5,9% e alla media Ue del 5,5%. Il rapporto si ribalta, però, nella spesa per studente, dove in Italia in media è di 9.149 dollari l’anno per tutto l’arco scolastico rispetto agli 8.831 dell’Ocse e gli 8.702 dell’Europa. Dato che, se incrociato con quello sugli investimenti privati, dovrebbe far riflettere il nuovo governo tecnico, per ora assai avaro sul fronte liberalizzazioni. La quota di spese non pubbliche sul totale dei costi dell’istruzione in Italia è dell’8,6%, molto inferiore sia al 16,5% della media Ocse sia al 10,9% di quella europea.
