Perché, spiegano, il parlamentare «è l’unica categoria lavorativa che comincia con un’aliquota ed esce dal mondo del lavoro con la stessa aliquota, senza avere scatti». Non a caso, alla riunione qualche perplessità è stata espressa per la decisione di innalzare da subito a 60 anni l’età di pensionamento di chi col vecchio sistema avrebbe goduto del vitalizio al compimento dei 50. Qualcuno, come Cazzola, avrebbe preferito innalzare quell’età in maniera progressiva. Il finiano Nino Lo Presti ha proposto di valutare la possibilità di concedere a chi «aveva costruito un’aspettativa di vita» sulla pensione a 50 anni (e la riceverà a 60), la possibilità di chiedere la restituzione dei contributi versati, ma rinunciare del tutto al vitalizio. Ad ogni modo, l’iter procede spedito nel solco della linea tracciata da Fini e Schifani, ma le polemiche non accennano a diminuire. C’è chi ha ventilato l’ipotesi di dimissioni di massa entro l’anno. Anche se dopo le sfuriate in Transatlantico, non c’è neanche un deputato che ammette di volere mollare la poltrona entro il 31 dicembre 2011 per evitare la mannaia in vigore da gennaio.
Avanza, invece, il partito del ricorso: la causa legale per mantenere lo status quo. Singola o di gruppo, perché, ragionano alcuni off the records, è sempre possibile fare ricorso se una norma viene modificata a metà strada. Tradotto: questo Parlamento, eletto nel 2008, deve arrivare a naturale scadenza nel 2013, e allora perché non rinviare i tagli dopo? Niente da fare. A Montecitorio sono furibondi: «Ci cambiano le regole del gioco e abbiamo tutto il diritto di difenderci», è la giustificazione degli irriducibili del vitalizio. Per i ricorsi sarebbero già stati ingaggiati super avvocati.
