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X Tatina


da
X Tatina


pubblicato il 4 Luglio 2010

alle
20:56

Ciao Tatina, siccome credo che tu sia il pimo(a) Capoliverese della storia Elbana che fa un complimento a un Riese del coccolo โ€˜nsu ti regalo, con gratitudine, un quadretto un po ingiallito.
A penzalla quanta robba cianno lasciato sti vecchi che tornaveno a piedi da la cava, si cambiaveno li scarponi e i carzinotti, quelli di cotone grosso grigio e lucido, fatti co feri da calza, e andaveno nei campi. E poi tornaveno col panieri e la seccaiola pieni di pumate, pumenti, melanciane sedano, basilico, barcoche e pesche col prefumo che ti ricriava unfino a la Zanca si diceva nel Riese. Da mangiร  ereno babette e la mi nonna faceva guasi sempre la sburita o co li zeri o col baccalร  o la โ€˜nzuppa a volte co le fave o co fagioli o co le cicerchie che per risparmiร , pensa un poโ€™, qualche volta ci stioccava anco i lupini che il mi nonno sentiva subito e sโ€™incazzava come โ€˜n saracino. Di secondo cโ€™era guasi sempre il gurguglione co la tonnina e qualche volta anco collโ€™ovo stioccato sopra crudo che si coceva col calore del gurguglione. E questo era anco il convio che il mi nonno si portava in galleria il giorno dopo. La domenica e le feste cโ€™era anco la carne, guasi sempre capra o pecora, arostita sulla brage del forno che ciaveveno fatto il pane e anco la stiaccia briaca e il corollo, quello bello giallo drento โ€˜ntritato collโ€™ove di gallina che andaveno a fa ne le ceppe perchรจ staveno a giro e nel pollaino ce lโ€™andava a parร  la mi nonna prima che abbuiasse. E poi, dopo mangiato, il fumo. Il mezzo sighero toscano che appestava e da bamboli gli andavemo a comprร  o la pippa col trinciato forte fumati con unโ€™eleganza ed una postura che un lord inglese doventava una giacchettata. Poi, dโ€™estate co le ferie, succedeva la cosa piรน eccitante che ricordo come fosse ora rumori e profumi compresi: lโ€™omeni sโ€™organizzaveno pe fa โ€˜l cacciucco co tutti l'amici, a Rio lo chiamaveno cosรฌ perchรจ unnera la โ€˜nzuppa di pescio. Quelli che andaveno coโ€™ palamiti e i filaccioni, quelli che andaveno co le rete quelli che andaveno a granciร  su li scogli co la citilena e i secchi di latta e quelli che andaveno a fiaccolร  che qualche volta ci portaveno anche a noi bamboli. Ma la mattina, la mattina cโ€™era un ben di dio di capponi, preti, scorpine, morene, gronchi, razze, pesci bianchi, polpi, granci favolli vivi e riguste che neโ€™ secchi di fero faceveno un casino cundipiรน, granite, lampete e ancora e ancora. Sul foco un cereno meno di quattro tegami che andaveno con pesci diversi, quelli che coceveno prima e quelli che coceveno dopo, granci e poi altro ancora. Poi cera la pentola coโ€™ polpi mezzi lessi e lโ€™aveggio col brodo passato ristretto, che serviva a โ€˜nzuppร  il pane abbrustolito strusciato collโ€™aglio e la ceragina prima di metteci il sugo coi pesci e poi i granci e le granite, prima lessate e poi messe nel sugo coโ€™ granci, e le lampete tritate e fatte col sughetto a parte. Ebbene anco questo sapeveno fa sti vecchi che aveveno mane come morze oltre ai muri, il pane e le vigne. E penzร  che se ne so andati portandosi dietro solo la โ€œrobba bonaโ€ ( lโ€™unico completo, normalmete il vestito del matrimonio) ed un mucchietto dโ€™ossa che tanti nipoti non sanno neanche dove si trovano al cimitero. A noi, la maggior parte, hanno lasciato tutto, i campi, le vigne, il magazzino (la casa) in campagna con pollaio e la stalla dellโ€™asino che hanno fatto la fortuna purtroppo solo economica di tanti elbani che oggi non sanno manco pisciร  da soli.
Ora basta coi tuffi allโ€™indietro
Ti saluto
Indigeno

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