Ciao Tatina, siccome credo che tu sia il pimo(a) Capoliverese della storia Elbana che fa un complimento a un Riese del coccolo โnsu ti regalo, con gratitudine, un quadretto un po ingiallito.
A penzalla quanta robba cianno lasciato sti vecchi che tornaveno a piedi da la cava, si cambiaveno li scarponi e i carzinotti, quelli di cotone grosso grigio e lucido, fatti co feri da calza, e andaveno nei campi. E poi tornaveno col panieri e la seccaiola pieni di pumate, pumenti, melanciane sedano, basilico, barcoche e pesche col prefumo che ti ricriava unfino a la Zanca si diceva nel Riese. Da mangiร ereno babette e la mi nonna faceva guasi sempre la sburita o co li zeri o col baccalร o la โnzuppa a volte co le fave o co fagioli o co le cicerchie che per risparmiร , pensa un poโ, qualche volta ci stioccava anco i lupini che il mi nonno sentiva subito e sโincazzava come โn saracino. Di secondo cโera guasi sempre il gurguglione co la tonnina e qualche volta anco collโovo stioccato sopra crudo che si coceva col calore del gurguglione. E questo era anco il convio che il mi nonno si portava in galleria il giorno dopo. La domenica e le feste cโera anco la carne, guasi sempre capra o pecora, arostita sulla brage del forno che ciaveveno fatto il pane e anco la stiaccia briaca e il corollo, quello bello giallo drento โntritato collโove di gallina che andaveno a fa ne le ceppe perchรจ staveno a giro e nel pollaino ce lโandava a parร la mi nonna prima che abbuiasse. E poi, dopo mangiato, il fumo. Il mezzo sighero toscano che appestava e da bamboli gli andavemo a comprร o la pippa col trinciato forte fumati con unโeleganza ed una postura che un lord inglese doventava una giacchettata. Poi, dโestate co le ferie, succedeva la cosa piรน eccitante che ricordo come fosse ora rumori e profumi compresi: lโomeni sโorganizzaveno pe fa โl cacciucco co tutti l'amici, a Rio lo chiamaveno cosรฌ perchรจ unnera la โnzuppa di pescio. Quelli che andaveno coโ palamiti e i filaccioni, quelli che andaveno co le rete quelli che andaveno a granciร su li scogli co la citilena e i secchi di latta e quelli che andaveno a fiaccolร che qualche volta ci portaveno anche a noi bamboli. Ma la mattina, la mattina cโera un ben di dio di capponi, preti, scorpine, morene, gronchi, razze, pesci bianchi, polpi, granci favolli vivi e riguste che neโ secchi di fero faceveno un casino cundipiรน, granite, lampete e ancora e ancora. Sul foco un cereno meno di quattro tegami che andaveno con pesci diversi, quelli che coceveno prima e quelli che coceveno dopo, granci e poi altro ancora. Poi cera la pentola coโ polpi mezzi lessi e lโaveggio col brodo passato ristretto, che serviva a โnzuppร il pane abbrustolito strusciato collโaglio e la ceragina prima di metteci il sugo coi pesci e poi i granci e le granite, prima lessate e poi messe nel sugo coโ granci, e le lampete tritate e fatte col sughetto a parte. Ebbene anco questo sapeveno fa sti vecchi che aveveno mane come morze oltre ai muri, il pane e le vigne. E penzร che se ne so andati portandosi dietro solo la โrobba bonaโ ( lโunico completo, normalmete il vestito del matrimonio) ed un mucchietto dโossa che tanti nipoti non sanno neanche dove si trovano al cimitero. A noi, la maggior parte, hanno lasciato tutto, i campi, le vigne, il magazzino (la casa) in campagna con pollaio e la stalla dellโasino che hanno fatto la fortuna purtroppo solo economica di tanti elbani che oggi non sanno manco pisciร da soli.
Ora basta coi tuffi allโindietro
Ti saluto
Indigeno
X Tatina
da
X Tatina
pubblicato il 4 Luglio 2010
alle
20:56
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X Tatina
pubblicato il 4 Luglio 2010
alle
20:56
Attendi…
