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Arch. Silvestre Ferruzzi


da
Arch. Silvestre Ferruzzi


pubblicato il 29 Novembre 2009

alle
14:32

SCOPERTA L'ANTICA CHIESA DI PEDEMONTE
di Silvestre Ferruzzi

Localizzazione:
latitudine Nord 42°45'45.8'', longitudine Est 10°08'30.2''
Altitudine: 460 metri

I ruderi della Chiesa di San Benedetto (Giuseppe Ninci scrisse nel 1814 che «era la chiesa parrocchiale della terra di Pomonte») sono stati rintracciati lo scorso 21 novembre per merito delle ricerche storiche condotte dall’architetto Silvestre Ferruzzi e grazie all'aiuto materiale fornito da Susanna Berti, Fausto Carpinacci, Umberto Segnini, Giuseppe Giangregorio, Sergio Galli, Angiolino Galeazzi, Giampiero Costa, Gian Mario Gentini e Davide Berti, sulla base delle preziose indicazioni avute da Giuseppe Testa, l'unico abitante di Pomonte che ricordava l'esistenza della struttura, chiamata «Chiesa della Terra». Questa chiesa, la parrocchiale dello scomparso paese medievale di Pedemonte – il più elevato di tutta l'Elba, trovandosi a circa 470 metri di altitudine – non è esattamente orientata rispetto al consueto asse simbolico est~ovest, in quanto segue una direzione nord~est/sud~ovest e sue dimensioni sono di circa 11 x 4 metri; dai pastori fu trasformata in un «caprile» modificandone non poco l'aspetto originario ed eliminando l'antica muratura in «blocage» di calce, come avvenne anche per la chiesa di San Frediano al Tròppolo. Agli stessi pastori è dovuta la particolare suddivisione interna della struttura, che risulta così essere divisa in due ambienti resi comunicanti da un'apertura centrale. Una piccola porta si apriva forse sul lato destro, verso la vallata; colpisce l'accurata lavorazione delle bozze in granito presso la spalletta absidale, dove tra l'altro si osservano numerosi frammenti delle lastre di copertura in ardesia. Nel Duecento il paese era chiamato «Pedemonte» (ossia «ai piedi del monte») e, dal Trecento, «Pomonte» (contrazione di «Pedemonte; più letteraria è la derivazione dal latino «post montem», «al di là del monte»). Alta sul contrafforte che dal Monte di Cote e dal ventoso Passo di Bergo scende verso il mare di Corsica, la «terra» (ossia il «paese», come venivano chiamati gli abitati sino al XIX secolo) di Pedemonte era localizzata lungo il pendio sudorientale chiamato ancora oggi «La Terra» (come risulta dall'Estimo marcianese del 1573), in un'area particolarmente ricca di sorgenti e castagneti. Nel fondovalle esiste il toponimo «Cafaio», di origine longobarda («gahagi», «recinto»), che virtualmente potrebbe far rimontare l'origine del paese al VI secolo. Il nome «Pedemonte», testimoniato almeno dal 1260, compare in diversi atti notarili redatti a Pisa riguardanti in questo caso le mancate donazioni di falconi da caccia che, ogni anno, i Comuni elbani dovevano fornire all'Arcivescovo pisano. Nel primo di questi documenti, redatto dal notaio Rodulfino l'8 agosto 1260, si legge che Pedemonte, insieme agli scomparsi paesi elbani di Grassula, Latrani e Montemarciale (quest'ultimo sorgeva forse sui resti della cittadella etrusca di Monte Castello a Procchio, come rilevò Remigio Sabbadini agli inizi del Novecento), era debitore di tre falconi: «…de quibus falconibus post dictam promissionem fuit postea datus unus predicto domino et ideo diminuta est predicta summa de qua promissione camerario facta constat per scedam a me Rodulfino notario rogatam et pro quibus falconibus sindicus Archiepiscopatus ceperat olim sententiam contumacie contra Comunia de Ilba de quibus falconibus contingebat Comune Marciane falcones XI et Comune de Campo falcones XI et Comune Grassule falcones III et Comune Laterani falcones III et Comune Montis Marcialis falcones III et Comune Pedemontis falcones III.» Dal numero dei tre soli falconi in debito, si evince che Pedemonte era considerato tra i paesi più piccoli dell’Elba insieme a Grassula, Latrani e Montemarciale; interessante, tra l'altro, è notare che un antico toponimo (documentato dal 1573) presente sulla sinistra orografica della vallata di Pomonte, «La Falconaia», ricordi verosimilmente una postazione dove tali falconi venivano catturati. Circa le dimensioni dell'abitato, Giovanvincenzo Coresi del Bruno scrisse nel 1739 che «secondo le vestigie era di poche abitazioni, e per conseguenza di non troppi abitanti.» Dopo meno di un secolo (1814), Giuseppe Ninci annotò invece che Pedemonte «è stata una terra assai popolata» e «le sue reliquie si veggono dietro le montagne marcianesi.»
Ma dalla documentazione medievale, in un atto del 1290 redatto dal notaio pisano Oddone Moriconi, possiamo anche ricostruire la composizione politica del Comune di Pedemonte, in cui si elencano i due sindaci Grimaldo Martini e Boninsegna Negroni, i due consoli Batto Napoleoni e Fetto Paoli, i due consiglieri Bonaguida Poloni e Gherardo di Giovanni, insieme al segretario Cecco Cagnoli. Un anno dopo, Bonetto De Orlandis, giudice e assessore del Comune di Pisa, nomina ancora una volta il paese di Pedemonte, facente parte, come altri borghi elbani, del Capitanato pisano: «Ego Bonectus de Orlandis iudex et assessor Pisani Communis cum consules et sindicos camerarios et consiliarios Communis Marciane Capoliveri Pedemontis Grassule et Rivi et Montismensalis capitanatus Ylbe sindicatus consulatus consiliaratus nomine pro ipsis Communibus…». Due toponimi presenti sulla sinistra orografica della vallata («Il Santo» e la «Grotta del Santo») evocherebbero strutture o rifugi eremitici; non a caso, in diverse località dell'Elba esiste lo stesso fenomeno etimologico (si pensi al «Santo» e alle «Piane di Santo» presso la Pieve romanica di San Lorenzo al Poggio, nonché al «Pra' di Santo» nella piana di Campo). Un settore a nord/est delle «Piane alla Terra» è chiamato «Il Frate», anche se in questo caso si tratta forse di un nome dato ad una grande roccia antropomorfa. Ma nella zona si ritrovano altri toponimi evolutisi in contesti chiesastici, documentati dal Trecento («Chiesse») e Cinquecento («Monacelle», «Aia alli Preti», «Monacesche»). Come già accennato, durante il Trecento si ha la mutazione del nome, che da «Pedemonte» si trasforma in «Pomonte». Testimonianza ne sono una serie di atti notarili del 1343 e del 1365 redatti dai notai Andrea Pupi da Peccioli e Luca di Jacobo da Vico Pisano; in essi si assiste puntualmente alla compravendita di terreni, di vigne e di abitazioni rurali, semplici mondi abbagliati dal sole che tramonta oltre la Corsica. Sappiamo così i nomi di alcuni antichi «pomontinchi» del Trecento, come Lippo di Andrea, Vannuccio e Biagino Benencasa, Fasino Blasulini, Balduccio Giunti, Viviano Pardi, Lambrosio Ristori, Saragone Socci, Barso Ubertelli e Sustana di Vannuccio. Il notaio Luca di Jacobo, nel 1365, rendiconta compravendite avvenute nel paese, firmate direttamente all'interno delle case appartenenti agli interessati: «Actum in Communi Pomontis in domo Fasini Blasulini de Pomonte presentibus Masseo Pardi de Iovi et Fasino suprascripto de Pomonte testibus ad haec rogatis…actum in Communi Pomontis in domo dicti Barsi presentibus Mactheo Benetti de Pisis et Lambrosio Ristori de Pomonte…». La popolazione di Pomonte non rimase indenne dall'epidemia di peste che nel 1349 colpì l’Italia, anno in cui furono decimati gli abitanti dell'Elba, tantoché i «pomontinchi» si ridussero al numero di 40 («Comune Pommontis remansit cum hominibus quadraginta et solvunt singulo anno Comuni Pisarum libras centum sexaginta…»); Capoliveri rimase con 169 abitanti, Campo con 50, Marciana e Poggio con 90. L'anno successivo, una sentenza del Senato di Pisa cita ancora una volta il paese: «Comune Pomontis: libras centum sexaginta denariorum pisanorum de quibus solvere teneatur supradictis dohaneriis ut supra pro sale percipiendo ab ipso Comuni libras octuaginta.» Il paese, come si evince dai citati atti notarili di Andrea Pupi (1343), possedeva uno «scaricatoio» (ossia una discarica) nel cosiddetto «Piano dei Sarghi» («Piano dei Salici»; in Corsica esiste il «Pian Sargincu»), mentre nelle vicinanze si trovava una località chiamata «Lomentata», che a giudicare dall'etimo latino («lomentum», «farina di fave») poteva indicare un'area coltivata a legumi. E ancora un toponimo fornito da Andrea Pupi («Carratigliano»), localizzato sul mare tra Chiessi e Pomonte, è ricollegabile al nome medievale «Carratello». Poco ad occidente si trovava l'assolata campagna di «Chiessi», toponimo documentato da Andrea Pupi nella forma «Chiesse» («…latus unum in terra Chiesse…»); il riferimento è inequivocabilmente alle piccole chiese (San Bartolomeo, San Frediano) che si trovavano lungo l'antico tracciato della lastricata «Via Pomontincha», come viene citata nella «Corrispondenza e affari diversi» (1816/1823), che collegava Pedemonte con Marciana. Ma il semplice misticismo della vallata non salvò le sue creature dalla fine d'ogni cosa; la distruzione, per l'antico Pedemonte, era ormai prossima. Nel 1534, Khair Ad Din – meglio noto come Ariadeno Barbarossa – distrusse il paese di Grassula sui monti di Rio, e probabilmente inferse un primo, micidiale attacco a Pedemonte, se prestiamo fede a quanto, due secoli più tardi, scrisse Giovanvincenzo Coresi del Bruno: «…si ritrovano anche le vestigie dell'altra terra situata dietro le montagne di Poggio e Marciana, opposta a Mezzogiorno, la quale è noto fosse anco questa disfatta da Barbarossa nel tempo che fece il simile a Grassera; il nome della quale è Pomonte, ovvero per montium o post montium ben è vero…». Il disastroso epilogo, la distruzione finale di Pedemonte avvenne ad opera dell'Armata turca di Torghud (italianizzato in Dragut) alleata con i Francesi contro Carlo V di Spagna e, conseguentemente, contro il granduca Cosimo I.
Marcello Squarcialupi, storico piombinese a fianco dei Medici, nel suo reportage in tempo reale scrisse che giovedì 10 agosto 1553 «…si hebbe nuova di terra che l'Armata era a Marciana e presero Marciana e Campo et ritrovaro tutti li redutti et segreti dove erano le robbe e rubbaro, abbrusciaro e saccheggiaro e presero homini e donne e figlioli…», mentre solo tre giorni dopo «…in domenica all'alba si partiro dal Capo la Vite 70 galee e passaro larghe sopra la Ferraiuola e ritornaro a Marciana, a Campo e messero in terra a far carne e rubbaro e ruinaro quel poco che ci era rimasto…». In tale occasione il vecchio Pedemonte fu spettatore della propria, straziante agonia: Giuseppe Ninci, poco meno di tre secoli più tardi, scrisse amaramente che la «terra» di Pedemonte «fu distrutta dai Turchi nel 1553 dell'era volgare». Lo storico elbano così prosegue la concitata narrazione degli eventi: «L'istesse devastazioni soffrirono Poggio e Marciana, giacché i loro abitanti che mai avevan voluto abbandonare i propri abituri si erano ritirati, veduto il pericolo, sulle dirupate cime degl'alti monti che dominano quelle terre.(…) Quindi i feroci invasori dell’Elba rimbarcatisi sopra le galere, che si erano poste a costeggiare l'isola, si portarono al sud-ovest di questa riprendendo terra nella spiaggia di Pomonte, da dove andiedero ad investire e demolire il villaggio o terra di questo nome.» Vent'anni dopo questi accadimenti, nella zona rimanevano interessanti tracce toponomastiche registrate nell'Estimo marcianese del 1573: «Scalo di Pomonte», «Saline di Pomonte» e «Passatoio». Un altro toponimo, «Valle dei Mori», sebbene antico, è stato male interpretato a fini turistici per incrementare le suggestioni circa la drammatica fine di Pedemonte: i «mori» in questione – nel termine la «o» è chiusa – corrispondono a «muri», secondo un fenomeno fonetico più volte riscontrato all'Elba (come «Morota» per «Muruta» e «Pozzo al Moro» per «Pozzo al Muro», nel Campese). Presso il fondovalle si trova la già ricordata altura del «Poio» (toponimo documentato nell'Estimo marcianese del 1573), incuneata tra due corsi d'acqua che motivarono il nome «Colle ai Dutti» (dal latino «ductus», «condotto acquifero») dato al monte sovrastante. Oggi quasi nulla rimane dell'antico paese; tra la macchia fiorita, l'occhio intravede pietre sbozzate, muri e fondamenta di povere abitazioni. In alto, nel silenzio dell'azzurro, volteggiano falchi e nuvole luminose spinte dal maestrale, mentre il mare lontano inonda di luce dorata ogni cosa. Questa è l'eredità di Pedemonte.

FONTI STORICHE:
Atto notarile di Rodulfino, 1260 (Archivio Arcivescovile di Pisa)
Atti notarili di Andrea Pupi, 1343 (Archivio Statale di Pisa)
Provvisioni del Senato Pisano, 1350 (Archivio Statale di Pisa)
Provvisioni del Senato Pisano, 1361 (Archivio Statale di Pisa)
Atti notarili di Luca di Jacobo, 1363/1364 (Archivio Statale di Firenze)
Estimo della Comunità di Marciana, 1573 (Archivio Storico di Marciana)
Giovanvincenzo Coresi del Bruno, «Zibaldone di memorie», 1736
Giuseppe Ninci, «Storia dell'Isola dell'Elba», 1814
Corrispondenza e affari diversi, 1816/1823 (Archivio Storico di Marciana)
Fortunato Pintor, «Condizioni economiche dell'Elba sotto i pisani», 1898
Paolo Ferruzzi, «Testimonianze dell'edificazione religiosa dopo il Mille», 1985
Silvestre Ferruzzi, «Synoptika», 2008

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