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C'ERA UNA VOLTA I "BAGNETTI DI CLEOFE"


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C'ERA UNA VOLTA I "BAGNETTI DI CLEOFE"


pubblicato il 12 Ottobre 2009

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7:05

[SIZE=4][COLOR=darkblue]I "BAGNETTI" DI VIALE REGINA MARGHERITA IN MARCIANA MARINA [/COLOR] [/SIZE]

Nell’ultimo decennio umbertino il lungomare di Marciana Marina visse due episodi memorabili. Il primo, connotato da una decisa antropizzazione, è la costruzione del viale Regina Margherita; il secondo – un vero e proprio cataclisma – è l’ esondazione degli uviali, che nel 1899 si abbatté sul paese provocando danni terribili e riempiendo l’arenile di massi e di tronchi. La volontà di reagire alla cattiva sorte fu tanto forte che già dai primi anni del ‘900 i marinesi cominciarono ad abbellire il viale mediante la piantumazione di un lungo filare di alberi. Ma un nuovo straripamento, questa volta più violento nel braccio fluviale occidentale, si verificò nel 1907. L’uviale, idronimo che deriva dal latino alluvies e che rende perfettamente l’idea di cosa può combinare un torrente con un bacino imbrifero così vasto, distrusse un’intera chiesina in Capitella, squarciò diverse case, si portò via parte del cimitero e trascinò verso il mare massi granitici di pezzatura diversa, sorprendentemente colti con denso cromatismo, nella loro quiete post trasgressiva, da Llewelyn Lloyd in un dipinto del 1908. E sopravvivono, negli occhi e nella memoria dei vecchi, i racconti che narrano di grosse coti sradicate e spezzate dalla violenza delle acque.
Reagire e rimboccarsi le maniche sembra far parte del DNA degli abitanti di Marciana Marina : è del 1911 il raduno festante di barche intorno alla Torre tardorinascimentale per la posa della prima pietra del porto. Pressoché nello stesso arco di tempo viene addossata a protezione della sede stradale una parte dei macigni granitici rotolati, smussati, subarrotondati dagli uviali e poi levigati dal mare.
E’ su questa spiaggia granitica, modellata a scarpata dal moto ondoso e dall’uomo, che sorge, agli inizi del secondo decennio del Novecento, un casottino ligneo con funzioni balneari, primo nucleo dei “ Bagnetti”. Esso era dotato di passerella, scaletta e, verso il mare, di una tettoia sorretta da due pali di legno, che poggiava direttamente su un’ inghiaiata modesta ma adatta a renderlo soprelevato sul livello del mare. Allo stato attuale delle ricerche non è possibile precisare se l’idea di piccolo stabilimento balneare sia rimasta in nuce, oppure se la prima cabina sia stata affiancata da altre. Quest’ultima ipotesi appare più verosimile perché varie testimonianze riferiscono che parecchie tavole lignee dei “ Bagnetti” furono utilizzate per la costruzione di bare necessarie per far fronte al gran numero di morti causati, nel 1918-1919, dalla “ spagnola”. D’altronde la presenza, in questo periodo, di ‘Bagni’ sul litorale toscano è abbastanza usuale : basta pensare, per limitarci alla costa elbano-livornese, ai ‘Bagni Napoleone’ del Grigolo di Portoferraio o ai bagni raffigurati nel 1914 da Ulvi Liegi sul Lido d’Ardenza oppure ai “ Bagni Pejani”, dipinti nello stesso anno da Gino Romiti con accenti divisionisti.
I “Bagnetti” di viale Margherita si strutturano in maniera più corposa nel dopoguerra. Una foto dei primi anni Venti ce li mostra – visti da ovest – durante la loro prima fase di vita. L’architettura lignea originaria, già su palafitte, prelude sostanzialmente a quella definitiva, ma le cabine sono in numero minore. La sistemazione dei massi a leggera scarpata verso il mare, a ridosso del margine settentrionale della strada, sebbene sia in fieri è tuttavia sufficientemente ordinata. Anche la posizione è la stessa, di fronte all’attuale piazza Bonanno. Interessante è la presenza verso occidente di un accenno di molo litico. Qualche metro più a ovest rispetto all’odierno ‘moletto di sassi’ si nota una cabina lignea a sé stante, che appare come una riedizione del casottino di legno fotografato nel 1913 ed edito nel 1914. Sembra che in questa prima fase i “ Bagnetti” fossero ancora gestiti dalla Signora Cleofe, a quanto pare giunta da poco dall’America.
Anche per questo arco di tempo è possibile trovare riscontri tipologici sul litorale toscano. Del 1920, per esempio, è il luminoso dipinto di Ulvi Liegi che raffigura bagni e bagnanti sulla costa livornese.
I “ Bagnetti di Cleofe” conobbero un ampliamento e una seconda fase intorno al 1930. La foto che li ritrae da est consente di apprezzare meglio particolari e metodologia d’impianto. E’ opportuno premettere che il muraglione portuale iniziato nel 1911, da poco terminato, riusciva a proteggere da libeccio e maestrale l’arco occidentale di spiaggia presso lo scalo di S. Francesco e la Torre di XVI secolo, ma lasciava in pratica via libera alle mareggiate ( soprattutto di tramontana e di grecale ) nel rimanente tratto di lungomare. Era un dato di fatto che occorreva valutare. E fu trovata una soluzione tecnica intelligente sia per evitare che il primo temporale spazzasse via d’un colpo qualsiasi struttura, specie se lignea, sia per proteggere il viale Margherita dalla furia dei marosi. Ritenuto corretto il metodo d’impianto combinato ligneo-litico di prima fase, intorno al 1930 fu ampliato lo stabilimento balneare vero e proprio. Si pose particolare attenzione al consolidamento della struttura lignea portante costituita da filari di pali verticali, appositamente distanziati per lasciar filtrare le onde senza un attrito troppo brusco, sull’esempio, con ogni probabilità inconsapevole, di accorgimenti simili adottati durante l’età del Bronzo recente/finale ( 1250-1000 a. C. circa ) nei villaggi palafitticoli dei laghi prealpini. Contemporaneamente fu rafforzata la piattaforma litica con massi granitici giustapposti e stratificati, prelevati sul posto, non trascurando di accentuare la risega di separazione fra il complesso litico e i pali verticali infissi su un piano più basso. Questa sorta di ‘scalino’ doveva avere la funzione di frangiflutto e impedire, per quanto possibile, che le onde attaccassero direttamente il marciapiede e la sede stradale.
Sarebbe ingenuo e semplicistico pensare che tali accorgimenti tecnici siano stati un ostacolo totale e un rimedio sicuro contro la violenza del mare. In realtà gli interventi di ‘restauro’ dovettero essere frequenti, come peraltro attestano svariate testimonianze orali. Tuttavia il metodo funzionò perché i “ Bagnetti di Cleofe” continuarono ad esistere fino a un momento inoltrato degli anni Trenta e ad essere frequentati da bagnanti e da barche che non di rado gettavano l’ancora proprio davanti, legando la cima di poppa a qualcuno dei pali esterni. Un’ancora litica rudimentale, ricavata da un pondus di palmento e legata a croce con una cima ( di cui rimane l’impronta ), è stata rinvenuta proprio nell’area in cui sorgevano i “Bagnetti di Cleofe”.
Un altro complesso balneare di tipologia affine ai “ Bagnetti di Cleofe” fu costruito, anch’esso a ridosso del viale Margherita, alcuni metri più a est rispetto all’attuale pedana del bar “ La Torre”. Ne fu proprietario tal Adriani, rientrato in paese dall’America. Lo stabilimento non riuscì a sottrarsi alle singolari denominazioni marinesi – frammiste di ironia e di senso del reale – e fu soprannominato “ L’Asino d’oro”. Ne rimangono precise testimonianze orali e scarsissime tracce figurative. Un dipinto di Llewelyn Lloyd, che delinea il lungomare dallo scalo di S. Francesco, dimostra che nel 1930 “ L’Asino d’oro” esisteva già ed era composto da una possente distesa di massi di granito sovrapposti, addossata alla sede stradale, sulla quale erano impostati pali verticali atti a sorreggere piattaforma lignea e cabine, l’una e le altre certamente più curate rispetto ai “ Bagnetti di Cleofe”.
Anche per i Bagni marinesi degli Anni Trenta esistono puntuali raffronti tipologici. Fra i tanti possibili esempi si vedano, per rimanere ancora una volta in territorio livornese, le architetture lignee dei “ Bagni Fiume” ( 1930 ) e dei “Bagni Pejani” ( 1933 ). Questi ultimi, come si è visto documentati pittoricamente fra il 1914 e il 1933, hanno in comune con i Bagnetti di Marciana Marina ( soprattutto con quello della Signora Cleofe ) un lungo arco temporale di utilizzo.
Allo stato attuale delle ricerche non siamo in grado di definire con precisione il momento di disuso dei “Bagnetti” di viale Margherita, ma non dovremmo andare troppo lontani dal vero collocando il tempo dell’ abbandono nello scorcio finale degli anni Trenta del secolo scorso. Stando ai racconti degli anziani pochi resti lignei, scheletrici, rimasero in vista fino agli anni Cinquanta.
Oggi dei gloriosi “ Bagnetti” di viale Margherita – e delle correlate piattaforme litiche – non rimane traccia alcuna, se non nei conci di granito che le onde hanno sparpagliato
qua e là e che, nonostante il trascorrere del tempo e l’azione smerigliatrice del mare, portano la mente alla limpida raffigurazione che ne fece Lloyd nel 1908 e alla terribile alluvione dell’anno precedente.

[COLOR=darkblue]Michelangelo Zecchini [/COLOR]

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