Ho letto con apprensione che tra qualche tempo 26 tonnellate di pellet avvelenato (il principio attivo sembra di soli 1300 grammi, ma è un veleno potente) saranno sparse per via aerea su Montecristo, una delle isole più protette del mondo.
Ok: i ratti, nel caso il Rattus rattus L., sono animali non autoctoni e alquanto infestanti, verso i quali bisogna prendere provvedimenti; ma le altre specie animali presenti nell’isola? Quanti esemplari di microfauna potrebbero subirne le conseguenze? Per non parlare delle macrofaune: vogliamo ricordare la nota Capra di Montecristo?
L’origine di questo ceppo di capre è stata attribuita ad introduzioni operate da monaci anacoreti che trovarono rifugio a Montecristo a partire dal V secolo d.C. Sullo scorcio dell’Ottocento, quando la concessione dell’isola passò a Vittorio Emanuele III, furono introdotte 5 capre montenegrine non meglio identificate, che furono donate al futuro re d’Italia dal suocero, re del Montenegro. Le capre di Montecristo presentano ancora in discreta percentuale i caratteri fenotipici dell’egagro. Una stima della popolazione condotta nel 1998 su incarico del Centro di Conservazione di Germoplasma Animale in Via d’estinzione del ConSDABI, ha consentito di individuare esemplari con le seguenti caratteristiche: mantello con variabilità dal bruno rossastro al fomentino, con addome chiaro o scuro. Presenti anche rari individui melanici. Nessun soggetto è depigmentato e nessuno è privo di corna. Nel 1986 Spagnesi ha descritto il fenotipo “monte cristo” come quello caratterizzante la maggior parte della popolazione insulare. Questo fenotipo è assimilabile alla varietà della colorazione delle capre domestiche primitive, con le marcature tipiche dell’egagro anche se presenti in forma più chiara e diluita. Molto probabilmente inquinamenti del fenotipo originale sono avvenuti intorno agli anni Cinquanta del secolo scorso, ma sicuramente la capra di Montecristo origina nelle popolazioni ircine dell’egagro vicino orientale avvenute in Preistoria. L’inquinamento avvenuto che ha determinato le modeste variazioni tra l’egagro e la capra monte caprina non è avvenuto in tempi remoti né in periodi storici al tempo dell’affermazione sull’isola dei monaci anacoreti, né pare possibile che le 5 capre montenegrine di Vittorio Emanuele III abbiano radicalmente modificato le caratteristiche della popolazione di Montecristo. Se forse vi è stato un inquinamento della popolazione di capre selvatiche con razze domestiche questo deve essere avvenuto in epoca molto recente, forse in modo consistente, all’indomani della visita di Toschi sull’isola (1953), che aveva dato la descrizione di una popolazione quasi del tutto identica all’egagro. Che tradotto in breve sta a significare che la Capra di Montecristo è quella che più si avvicina ai primi soggetti addomesticati nel lontano Neolitico.
Mi sovviene un’altra domanda: e la catena alimentare? Tralasciando il fatto che quel che mangia un roditore (pellet, nel caso) può essere tranquillamente accessibile anche per un ruminante (capra), mi chiedo: c’è un modo per evitare che gli uccelli predatori che popolano Montecristo si mangino i topi avvelenati? Come si farà a impedire che svolazzino al di là dei confini dell’isola e che vadano a morire di emorragia interna mentre sono in volo sul Tirreno o su altre isole dell’Arcipelago? Siamo certi che un buon numero di topi non cadrà in mare e si decomporrà rilasciando sostanze tossiche? Questi interrogativi se li saranno posti senza dubbio anche gli esperti che hanno redatto il progetto, e avranno le risposte giuste. Aspettiamo fiduciosi di conoscerle.
