Papa Silvio sta dimostrando ogni giorno di più di essere all’altezza del suo ex amico Gheddafi che, pur di rimanere attaccato alla poltrona, non guarda in faccia a nessuno costi quel che costi.
Mi viene in mente la romanza di Rigoletto che si adatta benissimo a questo paragone:
“Pari siamo: io la lingua, egli ha il pugnale, l’uomo son io che ride, ei quel che spegne. O uomini, o natura, vil, scellerato mi faceste voi: non poter, non dover far altro che ridere! Il retaggio d’ogni uom m’è tolto: il pianto…”.
Se infatti il dittatore cammellato come truculento Sparafucile non scherza, il nostro giullare non è certo avaro di smaglianti risate a 32 denti così come di discorsi ridicoli ed essendo privo della possibilità di piangere come Rigoletto, scarica generosamente l’incombenza su di noi.
Il dramma, però, è appunto che lui impersona contemporaneamente sia il buffone di corte che il duca di Mantova e così mentre “le roi s’amuse” noi continuiamo a lasciarci prendere per il fondo schiena a piacere dalle sue barzellette.
Barzellette che non sono solo quelle sui carabinieri di cui gratifica gli altri capi di stato che ne rimangono estasiati, ma soprattutto quelle sulla sua maggioranza voluta dal popolo (degli scilipoti & co) da difendere fino alla morte per amor di patria, sull’accanimento giudiziario di un innocente san Silvio, sulle Minetti promosse sul campo (pardon, sul letto) per stupefacenti meriti orali (parlano perfino l’inglese igienico), sulle nipoti di Mubarak salvate per evitare di essere invasi dagli egiziani (col risultato di essere invece invasi dai libici e dai tunisini), sulle leggi ad personam per il bene della nazione, sulle cene casalinghe a base di disinteressate educande (in americano escort) dedite solo a recitare il rosario - per l’occasione ribattezzato bunga bunga - e a fare penitenza (la penitenza per loro, in questo caso, è forse l’unica cosa credibile data la partecipazione anche di fustacchioni come Emilio Fede e Lele Mora) e chi più ne ha, più ne metta.
Già che ho tirato in ballo Victor Hugo e Giuseppe Verdi, a proposito di serate orgiastiche vorrei fare un altro confronto citando anche il meno noto Jean Burchard, maestro di cerimonie e storiografo del papa Alessandro sesto (al secolo il famigerato Rodrigo Borgia, eletto dopo aver comprato con 80 mila ducati d’oro i voti dei cardinali, alcuni dei quali probabili antenati dei nostri onorevoli deputati attuali grazie al cui ‘onesto’contributo ‘responsabile’ il governo sta ancora in piedi), che racconta con compiaciuta ammirazione come “veder ballare putte e damiselle era lo maggior sollazzo del pontefice” durante i suoi festini che al loro confronto quelli di Arcore erano appunto solo sante messe (in quel posto) fra chierichette e casti pastori di provata ‘Fede’.
Festini e non solo che all’epoca avevano fatto dire a Machiavelli: “In tutta la vita non fece altro che ingannare il mondo. Nessuno confermò promesse con i giuramenti più sacri e nessuno non ne mantenne meglio di lui” e fatto circolare questa ‘pasquinata’ che si può incollare perfettamente anche al nostro Sardanapalo attuale (basta equiparare Sesto a Silvio):
Sesto Tarquinio, Sesto Nerone e Sesto pure questo:
Roma sotto i Sesti sempre andò in dissesto!
Come gl’italiani di oggi, anche i romani del ’500 ne erano talmente stufi che i suoi funerali divennero l’occasione per grandi festeggiamenti, come ci riferisce lo storico Francesco Guicciardini:
Concorse al corpo morto d’ Alessandro in San Pietro con incredibile allegrezza tutta Roma, non potendo saziarsi gli occhi d’alcuno di vedere spento un serpente che, con la sua immoderata ambizione e pestifera perfidia e con tutti gli essempli di mostruosa libidine e di inaudita avarizia, vendendo senza distinzione le cose sacre e la profane, aveva attossicato tutto il mondo.
E noi, quousque tandem? Anche noi aspettiamo a festeggiare fino alla sua morte?
No, noi non siamo così cinici e vendicativi e poi anche perché questo non succederà mai a papa Silvio I: lui è immortale e presto sarà anche fatto santo a furor di popolo (della libertà) e con la benedizione di tutta la cricca ecclesiastica che per la solita spudorata collusione croce-potere oggi ci invita a perdonare cristianamente i suoi ‘peccatucci’. (Speriamo almeno non sia fatto anche presidente della repubblica!)
Postscriptum conclusivo:
metà degl’italiani, o perlomeno buona parte compresi perfino i bigotti e gli ex DC, sarebbero anche disposti a passare sopra a qualcuna delle sue puttanate come, ad esempio, il Rubygate: ma a essere presi per il culo, no.
In Italia infatti si dice: cà nisciuno è fesso.
